Tropea nel 1777. Da un disegno di W. Shellinkx.
APPUNTI PER UNA RICERCA SU TROPEA E I SUOI CASALI NELL'ETA' MODERNA
di Pasquale D'Agostino (1977)
Il luogo di cui ci interessiamo si estende dalla cresta del Poro al fiume Potame (nei pressi di Briatico) e si affaccia sul mar Tirreno e comprende la costa di Capo Vaticano.1 Nel periodo che va dal 1500 al 1800 è una delle più importanti aree della Calabria e del Mezzogiorno. Bisogna ricordare che nel 1532 Tropea è la seconda città della Calabria dopo Reggio ed è la prima nel 1545 e nel 1561; è seconda dal 1595 sino alla fine del secolo XVIII.
Andamento demografico delle città più popolose della Calabria
Numerazioni in fuochi (quella della fine del sec. XVIII abitanti)2.
La zona non ampia (a prima vista) è di grande interesse sotto il profilo geografico per la sua posizione che ne fa, sino al XIX secolo, il centro di una parte consistente del movimento commerciale della Calabria. La zona di Tropea costituisce infatti, per essere al centro del Poro e di Capo Vaticano, uno dei centri del traffico costiero della Calabria per Napoli3. L'importanza di Tropea fino alla rivoluzione industriale è fuori discussione. <<Su circa duemila università (comuni) allora esistenti (1.734), soltanto poche decine erano soggette alla giurisdizione baronale>>; Tropea è una delle più grandi fra le poche decine di queste università. E' una di quelle poche zone costiere del Regno densamente popolate e coltivate intensivamente, diversa rispetto a tutto il resto del paese <<scarso di centri urbani e coltivato estensivamente>>4. Tropea è da considerare dal 1500 al 1800 una città grande se si considera <<grande>> la città con oltre 10 mila abitanti (solo le capitali e i centri molto importanti superano le 20 mila unità); <<le città con popolazione compresa tra i 10 mila e i 12 mila abitanti sono da considerarsi <<medie>>, e <<piccole>> quelle con popolazione tra 2 mila e 500>>5. Tropea è una città in una terra di città come è stata l'Italia <<in tutti i tempi della sua storia>>. E' una città in un'Italia che manifesta <<dopo l'età del Rinascimento una stazionarietà che si protrae per due decenni anche dopo il raggiungimento dell'unità. La popolazione di quasi tutti i capoluoghi di provincia, addensata entro le mura cittadine, oscilla [ancora] nel 1861 tra i 10 mila e i 40 mila abitanti... Dove è possibile il confronto fra le cifre della popolazione del 1861 e quelle dei secoli XVI e XVII, esse risultano in molti casi di una identità quasi perfetta>>. E' il nostro caso. Per citare qualche esempio soltanto, la popolazione addensata entro le mura di Pisa era stata di 15.892 abitanti nel 1622, era scesa a 14.015 nel 1745 e risalì a 22.904 nel 1861; quella di Siena si mantenne costante attorno ai 23 mila abitanti per due secoli e mezzo. Il quadro non muta sensibilmente nella pianura padana: Parma, sebbene godesse il vantaggio di essere la capitale di un piccolo stato, rimase stazionaria, fra il 1700 e il 1820, intorno ai 33.000 abitanti (nel 1860, 30 mila abit.); Modena tra il 1620 e il 1860 contava 20 mila abitanti. Ma ciò accade per tutti i capoluoghi di provincia italiani: <<indice quanto mai significativo della stazionarietà di tutta la vita economica e sociale di una gran parte d'Italia, dove la città seguita ad essere, il centro amministrativo ed ecclesiastico di un territorio di modesta ampiezza, la sede di un mercato settimanale destinato soprattutto agli scambi fra la popolazione del contado ed ai suoi rifornimenti coi prodotti dell'artigianato cittadino, ha perduto quella forza di attrazione che aveva esercitato fino al Cinquecento; di modo che è quasi cessata l'immigrazione dalla campagna in città, e l'eccedenza, quasi sempre abbastanza alta negli anni normali, delle nascite sulle morti, serve soltanto a riempire i vuoti determinati dalle pestilenze, dalle carestie e dall'emigrazione dai centri minori verso le grandi città>>6.
Tropea e i suoi casali presentano per tutta l'età moderna un aspetto amministrativo unitario ed un aspetto economico e sociale diversificato. Tropea fin dalla fine del quattrocento è una città residenziale (per Vescovo, clero e nobili), di grande produzione artigianale e centro di commercio; tra i casali bisogna distinguere da una parte quelli costieri e collinari (Parghelia , Drapia , Ricadi ) e dall'altra quelli di pianura (Spilinga e Zaccanopoli ). Assieme a Scilla ed Amantea (centro della diocesi inferiore tropeana), Tropea è una delle poche fortezze che resiste contro Carlo VIII (1493) rimanendo fedele al re. Nel 1530 è presente, col sindaco, a Bologna all'incoronazione di Carlo V imperatore, che in quella circostanza conferma tutti i privilegi già concessi alla Città7. Nel 1535 ospita lo stesso Carlo V ed è <<sempre attiva sul mare nella lotta contro i nemici del re cattolico>>8. Doveva essere ben nota l'importanza economica della zona, se nel 1549 a Tropea si ferma il Barbarossa; nel 1555 sosta a Capo Vaticano la flotta turca, al comando del giovane Pialì che va a rovinare il casale di Ciaramiti ; inoltre nel 1571 sosta nel porto di Tropea la flotta del papa guidata da Marcantonio Colonna in partenza per Lepanto. La sosta attesta che Tropea e i casali potevano non solo garantire ospitalità ma anche fornire derrate da imbarcare. Lo stesso Sebastiano Veniero non riuscendo a rifornirsi di biscotto e vino in Messina <<decide di andare egli stesso a Tropea. Curerà così anche il reclutamento di mille uomini>>. Dalla Relazione di Veniero: <<essendomi detto che a Tropea haverei soldati et vini et marinari... et che un signor Gasparo Toralta lì in Calabria me ne dava mille dugento, ma bisognava chel facessi capitano>>. Veniero dirà di aver ricevuto metà degli uomini promessi. <<Il reclutamento venne fatto principalmente nella zona di Tropea, e ne è ovvia la ragione>>9. E' certo che Gaspare Toraldo arruolò 1200 uomini e Tropea dovette essere il centro di maggiore affluenza di volontari e venturieri, nella lotta contro i turchi. Diversi sono infatti i comandanti di galere tropeani: Fazzali, Frezza, Galluppi, Di Francia10. Vivono, altresì, a Tropea professionisti di fama nazionale. Camillo Porzio, per farsi riattaccare il naso deve recarsi a Tropea dai fratelli Vianeo (Boyano) fondatori della chirurgia plastica ed ivi vive quel medico-fisico Giulio Cesare Comercio11 che è chiamato a curare e cura Filippo II. Sull'importanza militare insiste G. Valente12 e lo dimostra l'alto numero di torri fatte costruire tra il 1536 e il 1540 da Pietro di Toledo lungo la costa da Zambrone a Ioppolo. Diversi sono i reggimenti stanziali messi a presidio e Tropea diventa una piazza fortificata. Non minore il ruolo di Tropea dal punto di vista religioso. E' una delle più ambite sedi episcopali, ed abbonda di ecclesiastici e di parroccie13. Dalla Descrizione della Città di Tropea fatta l'8/3/1610 dall'architetto Fontana stralciamo: <<Nella città ci sono: Vescovo 24 Canonici 300 gentiluomini di famiglie nobili 2 baroni 8 feduatari con vassalli 300 viventi nobilmente 30 dottori in legge 6 medici 6 farmacisti 12 notari C'era: giudice, baglivo, regio fondaco, il castellano, il luogotenente, del mastro popolano. 12 fondachi di mercanti Molti artigiani, pescatori ed altra gente e nel territorio: 35 molini 90 trappeti per olio 1 tonnara Nella città: 8 parrocchie 2 monasteri di monache 1 Minore conventuale 1 Gesuiti 6 conventi all'esterno della città (fuori le mura) 8 confraternite>>14. Nel 1564 nel solo monastero di S. Chiara vi sono 17 monache velate 3 promesse e 1 servitrice; il vicerè concede 6 tomoli di sale gratis. S. Maria dell'Isola, cenobio dell'Abazia di Montecassino, nel 1563, dà in fitto terre per 23,5 partite in grano per 43 tomoli e 6/8 per 134 partite in denaro per 36 ducati e grana 13,5; 24 case con orto e nel 1608 le entrate sono: 208 tomoli di grano per 37 partite (100 tomoli da nobili) e 67 ducati e 3 grana, e mezzo per 111 partite (14 ducati da nobili). Sull'importanza generale della zona basti rilevare che nel 1612 la Regia Corte tenta di venderla ai Ruffo di Calabria per 191,041 ducati (e la città si riscatta per molto di più), mentre Cosenza nel 1631 viene venduta per 50.000 ducati15.
Zaccanopoli
Sempre diversa la situazione economico-sociale di Tropea rispetto ai casali, che dalla fine del cinquecento acquistano maggiore peso e all'interno della città gli artigiani rispetto ai nobili. Si verifica una certa decadenza della nobiltà e l'ascesa della borghesia mercantile, professionista e manifatturiera che si evidenzia attraverso alcuni segni:
E la zona registra nella prima metà del XVII secolo, come tutta l'Italia, un declino economico, mentre cresce sempre più la pressione della proprietà terriera e dei diritti signorili sulle popolazioni rurali. I nobili dominano Tropea e attraverso Tropea dominano il contado, anche se non facilmente. Sempre forte infatti fu nei casali di Tropea l'opposizione dei contadini all'aumento delle imposte, donativi, gabelle e alla fornitura di soldati, sia per l'incapacità contributiva particolarmente accentuata in alcuni periodi di depressione (1600-1650 e 1700-1730) che colpisce il commercio del grano e della seta di cui la zona è grandemente produttrice. Uno stato di incertezza nelle popolazioni si è andato diffondendo nel periodo 1630-50 per le continue scorrerie turche che si verificano anche perchè le postazioni di difesa (torri) vengono sguarnite essendo i militari spostati nel Nord a causa della guerra dei trant'anni. Infatti i censiti nelle diverse torri16 nel 1642 sono ormai pochissimi: rimane appena il torriero a Zambrone, Brivadi, Santa Domenica, S. Maria, Capo Vaticano. Non pochi sono gli abitanti indicati assenti perchè in mano ai turchi17. La crisi è generale: molti sono i nobili in Tropea, ma molti i nobili poveri e perfino gli artigiani, oltre gli ecclesiastici e familiari, che dimostrano di star meglio di molti nobili. Sono le molte famiglie che i deputati per le numerazioni dicono <<vivere nobilmente>>, <<del suo>>, ecc. La classe dirigente della zona (e del Regno, conserverà, nell'età moderna, prevalentemente i caratteri di un'aristocrazia fondiaria inesperta di amministrazione. Ma a partire dal sec. XVII la nobiltà tropeana comincia a non vivere, come nel passato, di sola rendita fondiaria, e non considerando vile la mercatura, in essa si immette e compete con l'antico ceto mercantile (che invece tende a nobilitarsi). Riportiamo le:
Matricole dell'arte della seta dal 1554 al 1698, per la città di Tropea18
Dal prospetto della Matricola dell'arte della seta appare evidente la scarsa presenza di maestri e lavoranti tra gli immatricolati (2 maestri e 1 lavorante, che è il primo immatricolato e unico popolano); preponderante è la presenza dei mercanti, 29/32, e tra questi dei nobili, 21/32. Un così elevato numero di immatricolati, tutti di famiglie tropeane, pochi sono di origine forestiera, dimostra come nel corso dei secoli XVI e XVII la zona producesse molta seta. Nelle Numerazioni del 1642 relative alla zona si incontrano non pochi operatori nel campo della produzione serica che però non risultano tra gli immatricolati della tabella. L'attività serica sopravvive fino alla fine del secolo XIX ma non diventa industria perchè rimane nei casolari - di qui l'elevato numero dei mercanti e lo scarso numero di artigiani - e costituisce soltanto un'attività secondaria dei contadini, complementare all'agricoltura, e questo soprattutto perchè manca uno sviluppo capitalistico nella zona.
P. Antonio Minasi: "La veduta della nobile città di Tropea e dell'antico villaggio di Paralia". Incisione del 1780.
La ricchezza accumulata dai mercanti e dagli agenti del fisco a Tropea non basta a concretizzare tra il XVII e il XVIII secolo un comportamento capitalistico, nè a fare emergere una classe nettamente distinta ed indipendente dall'ordinamento feudale. Tropea, tuttavia, centro del capitale commerciale della zona - ma anche di buona parte della Calabria - diffondendo i consumi (per la presenza di numerosi forestieri, militari e nobili), subordinando a sè la campagna col controllo dei prezzi dei prodotti agricoli, determina nuove forme di sfruttamento delle masse contadine e nuove richieste di sovrapprodotto, stimolando proprio nella campagna lo sviluppo delle contraddizioni del feudalesimo. La lotta per la rendita fondiaria e per la sua massimizzazione - invertendo la tendenza tradizionale curtense a produrre solo in misura limitata, sufficiente al sostentamento dei locali - provoca un inasprimento della miseria contadina che si presenta in maniera tragica in questa zona dove erano rimasti immutati i vincoli e i pesi dell'organizzazione feudale. In coincidenza con calamità naturali - pestilenze, carestie, terremoti (1618, 1627, 1634) o con eventi bellici di particolare ampiezza e gravità - 1618-48, la Guerra dei trentanni - si hanno esplosioni di rabbia dei ceti popolari e contadini a cui le classi dominanti rispondono con molta durezza, come nel caso della rivolta che parte da Parghelia nel 1647/48 e si estende a tutta la zona. Questo episodio si presenta come la reazione immediata all'oppressione fiscale dei nobili tropeani e alla grave crisi economica che colpisce i casali. Ma una cosa è certa. La rivolta del Drago trova in quello stesso anno grandi consensi in tutti i casali e non manca di essere collegata con la contemporanea rivolta di Masaniello a Napoli e con le centinaia di altre rivolte avvenute nel Regno. Essa ha inoltre una vasta dimensione e non si esaurisce spontaneamente: per la sua repressione sanguinosa sono necesarie le truppe spagnole19. Si vedranno meglio le caratteristiche e gli orientamenti della rivolta. Si inquadra in quanto evidenzia Candeloro20:
Il processo di rifeudalizzazione consolidatosi tra il 1650 e il 1750 nel Mezzogiorno e che crea un grave disagio nelle campagne si accentua nei casali di Tropea e porta ad una nuova pesante crisi agricola che grava su tutta la vita sociale e politica. I nuovi proprietari - ma anche i vecchi tendono a rendere storica la situazione economica, limitandosi a vivere di rendita, evitando di investire nelle campagne. Con la miseria, la cattiva alimentazione e le precarie condizioni igieniche, si ripresentano, la peste e la malaria che decimano le classi più povere: Tropea scende dai 17.620 del 1595 e dai 15.370 del 1648 a 8.935 abitanti nel 1711. Gli affittuari abbandonano i campi e comincia l'emigrazione verso altre terre21. La crisi tuttavia anche per Tropea non dura a lungo: verso il 1750 si registra una inversione di tendenza. Si riesce a produrre di più, la popolazione aumenta.
Le alterne vicende demografiche coincidono con quello che avviene nel resto dell'Europa e del Regno: Tra il 1765 e il 1790 la popolazione del regno aumenta da 3.953.115 a 4.865.486. La crescita della popolazione della zona è segno delle mutate condizioni economiche e sociali e, in larga misura, dei mutati rapporti di produzione nelle campagne e nella stessa distribuzione della proprietà. Le numerazioni del 1642 rilevano pochi iscitti al catasto, mentre il Catasto onciario22 del 1743 registra un considerevole numero di partitari, pur rimanendo accentrato in poche mani il grosso della proprietà. Dalla platea della Mensa vescovile di Tropea ordinata nel 1787 - siamo dopo la Cassa Sacra - si ricava come dall'affitto delle proprietà ecclesiastiche e dalle concessioni enfiteutiche23 si sia formata nei casali di Tropea la piccola e media proprietà contadina e si sia affermato notevolmente il ceto dei massari di terra, di bovi e di pecore. La decadenza economica, dunque, comincia verso la fine del cinquecento. Forse più lentamente che nel resto del Regno di Napoli, ma i segni della stasi, prima, e della decadenza nella prima metà dei seicento sono evidenti. Con la crisi del seicento si profila un lungo movimento di decadenza economica e demografica della zona, come documenta la Numerazione del 1641-42 che possediamo per quasi tutti i casali di Tropea (18 su 23)24. Così nella città di Tropea manifattura e commercio dei primi decenni del secolo XVII sono in forte decadenza e si spostano uomini e investimenti nelle campagne dei casali25.
Gasponi
Nuove terre vengono strappate al bosco e messe a coltura. La coltivazione del gelso, già diffusa, si intensifica. Ma a causa del sistema fiscale spagnolo e di un infausto sistema di esenzione tutta l'economia agricola dei casali registra una involuzione in senso feudale, con formazione di cospicue proprietà nobiliari, borghesi ed ecclesiastiche, dotate di privilegi dall'aspetto medievale. Anche di qui le frequenti ribellioni degli abitanti (contadini, operai o braccianti o 'viventi dì per dì') dei casali. La desolazione, nel XVII sec., in cui versano la città ed i casali - spopolati di moltissimi abitanti e con la maggior parte delle famiglie cospicue capaci solo di nutrirsi - è immensa. Molti i nobili tropeani che sono debitori nei confronti di ecclesiastici, notari e artigiani, come risulta dai libri parrocchiali, in cui molto spesso i parroci annotano i crediti e gli interessi e le rendite derivanti, e dalle platee dei beni delle chiese della diocesi di Tropea in cui risultano le date dei titoli delle rendite. Molte proprietà si trasferiscono in questo periodo. Ma la massima punta di decadenza viene toccata dalla zona alla fine dei seicento, e non scarsa importanza potrà avere avuto l'epidemia del 1656. Contro le epidemie che falcidiano periodicamente il bestiame e le persone creando paurose deficienze di manodopera nulla possono le rudimentali condizioni igienici e sanitarie. A questo bisogna aggiungere le continue razzie ed i saccheggi compiuti dai turchi e dai pirati locali e, in tempo di guerra, i disordini creati da ogni genere di soldatesche e di sbandati26. Causa di crisi, e dalla crisi causato, non può essere il brigantaggio sempre presente nella zona. Fame, peste, guerre, brigantaggio, terremoti, alluvioni, iniqua distribuzione della proprietà sono calamità che si procreano a vicenda in un tragico intersecarsi di cause e di effetti. Il secolo XVII è il più triste per la zona (ma lo è anche per la Calabria): la fuga si fa generale e irresistibile. Molti sono costretti ad arruolarsi nell'esercito spagnolo e a morire nelle guerre europee. Nel mentre subiscono un pauroso declino le attività manifatturiere e commerciali e la popolazione diminuisce, si fa quanto mai elevata l'influenza della Chiesa27. Nelle campagne dei casali già da allora si registra un notevole accrescimento delle aree destinate alla pastorizia ovina transumante o al pascolo brado dei bovini (Spilinga). Dalla Numerazione del 1642 risulta questo dato sulla composizione sociale della popolazione di alcuni casali (Caria , Zaccanopoli , Zambrone , Fitili, S. Giovanni):
Ma resiste un certo tipo di agricoltura e di manifattura che caratterizza la zona per tutta l'età moderna. Le manifatture tessili (seta, canapa, lino, cotone e lana) nei casali di Tropea hanno un carattere del tutto particolare. La zona fornisce molto prodotto greggio al mercato e il resto viene lavorato a mano, senz'altro macchinario che i telai a legno dell'artigianato a domicilio. Il laboratorio è costituito da un locale dell'abitazione stessa (basso) che spesso serve ad altri usi. Attendono alla lavorazione della seta e della canapa tutte le donne della famiglia. Come risulta dalla Numerazione di Orsigliadi: <<Case vacua attua ad habitare con focolare e cenere fresca consistente in uno basso et suo superiore nella quale abbiamo ritrovato un telaio con seta da tessere...>>; <<Un basso atto ad habitare nel quale abbiamo riscontrato quantità do cottone, uno manganello, due cesti di canna, quattro camise...>>; <<Basso Vacuo atto ad habitare con palmento a cenere fresca nel quale habbiamo ritrovato uno telaro e tela da tessere... due casse, una vacua e nell'altra cottone e filato>>; dalla Numerazione di Barbalaconi: <<Basso vacuo atto ad habitare... con dentro della stoppa da filare e panni bianchi... uno cannizzo grande con sopra otto canestri di angelilli...>>; dalla Numerazione di S. Nicolò: <<Casa e torre consistente in quattro bassi e quattro superiori, le quali camere sono fornite di tutti li mobili necessari per fare casa e focolaro... nel quale abbiamo ritrovato Gian Giacomi Fazzali/di Tropea/il quale ha detto essere della terra e casa sua propria e da lui habitata da due mesi in qua essendo venuti a questo casale per fare la notricata come si può vedere dalli angelilli che sono sopra li cannizzi nella camera grande superiore...>>28.
Centinaia le descrizioni per tutti i casali che ci mostrano l'esistenza di queste attività economiche. Dalle Numerazioni si evince altresì che la maggior parte dei produttori fornisce il greggio ai proprietari delle terre, ai commercianti e ai numerosi preti propietari e commercianti essi stessi. Analogamente a quanto si verifica nel biellese29 e nell'Inghilterra anche nei casali di Tropea molti artigiani e lavoratori tessili sono dei piccoli proprietari che cercano di integrare le scarse risorse della loro economia con un altro lavoro. La crisi delle manifatture tessili aggrava le condizioni dei contadini dei casali di Tropea, specie di quelli che vivono in campagna dove è difficile una conversione industriale (terre di collina costiera). Vale per la zona quanto scrive per l'Inghilterra pre-industriale F. Engels: <<prima dell'introduzione delle macchine, la filatura e la tessitura della materia prima era fatta in casa dal lavoratore. La moglie e le figlie filavano il filo che l'uomo tesseva o che se il capofamiglia non lavorava egli stesso, veniva venduto. Per lo più il tessitore era in grado di affittare un piccolo pezzo di terreno che lavorava nelle sue ore libere30. Ad eccezione di Tropea (e di Catanzaro), ove già vi sono dei laboratori, nei casali la seta viene lavorata con i sistemi caratteristici dell'artigianato nel luogo stesso di abitazione, casupole sparse sulle pendici delle <<costiere>> da Zambrone a Ioppolo. Per il prodotto finito, l'artigianato di Tropea e dei casali è nello stesso tempo produttore e commerciante - la vendita è limitata agli abitanti del luogo e dei comuni limitrofi -; mentre con il greggio si rifornisce gran parte del mercato regionale, specialmente nel periodo che precede la crisi del seicento. Nelle zone costiere (contrariamente alle marine e all'altopiano) la mancata trasformazione della borghesia mercantile in una classe di proprietari terrieri è dovuta alla scarsa produttività del suolo in gran parte accidentato. Anzi si osserva che le terre dei nobili e dei mercanti tropeani e della chiesa passano nelle mani di una miriade di piccolissimi proprietari i quali non riescono nemmeno a produrre i mezzi di sostentamento delle loro famiglie. Di qui la stasi demografica dei centri rurali costieri (Ricadi). Crescono invece i centri vicini alle marine dove si incrementa il giardino e l'orto ed i terreni vengono acquistati da quei nobili e da quei borghesi che prima possedevano le terre più interne, e crescono altresì i centri del Poro dove è possibile la coltivazione del frumento e la pastorizia (Spilinga e Zaccanopoli). Dai casali si esportano solo i prodotti dell'agricoltura e della pastorizia che si intensificano notevolmente a partire della seconda metà del settecento. Alto è il numero dei vaticali, dei mulattieri o bordonari (trasportatori dell'epoca) nella seconda metà del settecento. In Drapia oltre un terzo dei capifamiglia risulta costituito da mulattieri o da vaticali31.
Santa Domenica
Da sottolineare il fatto che il mercato dei casali rispetto a Tropea presenta caratteristiche - per tutta l'età moderna - che si potrebbe ben definire di tipo coloniale; così è da considerare anche il mercato napoletano rispetto all'Europa. La recettività del mercato contribuisce certamente al miglioramento agrario sollecitando la produzione e l'acquisto di terre da parte di chi poco o molto dispone di capitali, si costituisce così quella schiera di piccoli proprietari diffusi nelle zone costiere del Poro-Capo Vaticano i quali sono il segno di un tenore di vita assai basso della produzione. L'agricoltura è l'unica vera attività economica nei casali dove maggiore è la percentuale di famiglie contadine e assimilabili, minima la rappresentanza artigiana, debole la borghesia agraria e inesistenti i professionisti. Significativo il quadro relativo al territorio dell'attuale Comune di Ricadi e comprendente i casali di Ricadi, Barbalaconi, Brivadi, Orsigliadi, Lampazone, S. Nicolò, Ciaramiti e Santa Domenica. Su una popolazione globale di 1.577 unità nel 1642, le forze lavorative risultano così distribuite32:
La categoria che nella zona vive sempre più precariamente è quella dei bracciali o operari sempre soggetta ai nobili, al clero e ad alcuni civili che costituiscono la borghesia della zona. Diversa la situazione a Tropea: qui la popolazione è costituita da artigiani, da proprietari terrieri (nobili) e commercianti. I pochissimi contadini sono gli ortolani, fittavoli delle poche terre attorno alla città (con territorio di appena 420 ettari). Una vita di stenti è quella della popolazione marginale (numerosa) e di moltissimi marinari alle dipendenze dei padroni di barche. Le numerose fiere locali e il mercato settimanale di Tropea sono il segno di un'economia prevalentamente agricola ma anche di uno sviluppo mancato del commercio e di un suo rapporto organico con l'agricoltura. La fiera locale è più occasione di scambio interno (a prezzo aperto) che di commercio con l'esterno. I casali importano manufatti da Tropea ed esportano materie prime e prodotti agricoli, a prezzi da rapina. La presenza della gelsicoltura in tutta la zona di Capo Vaticano testimonia che l'allevamento di bachi per la seta è molto diffuso. Si tratta comunque - di manifattura del greggio esercitata esclusivamente a domicilio: le successive lavorazioni vengono fatte a Tropea e rifinite a Catanzaro. Gran parte della canapa e della lana viene però lavorata nella stessa zona. Le difficoltà delle comunicazioni e il fatto che la zona non è mercato di consumo di manufatti inustriali fanno sopravvivere le imprese piccolissime che hanno carattere domestico e raramente artigianale. Nella sola Drapia sono indicate come filatrici e tessitrici 286 donne su una popolazione di 725 abitanti (il 40% dell'intera popolazione e l'80% delle donne). Non diversa la situazione a Spilinga e a Ricadi.
Capo Vaticano
Il tipo di economia, l'acquisto di proprietà fondiaria da parte di nuclei borghesi, e la correlativa liberazione dei coltivatori dalla <<servitù personale>>, sono fattori che nel corso del settecento bloccano la fuga dalle campagne dei piccolissimi proprietari e dei numerosi fittavoli. L'emigrazione dei casali invece resta prerogativa dei soli contadini senza terra (operai) che a Tropea costituiscono parte della popolazione marginale - che spesso torna nei casali come <<limosinante>>. Anche se nel settecento l'agricoltura è l'unica grande risorsa, non si emancipano i casali dalla loro subordinazione nei confronti della città di Tropea che diventa sempre più capace - anche se in decadenza - di esercitare un controllo verso i casali stessi. Diversi fattori impediscono uno sviluppo moderno dell'agricoltura: persiste il divieto d'esportazione dei prodotti agricoli, i prezzi dei generi alimentari e delle materie prime sono fissati e tenuti a livelli assai bassi specie all'atto della produzione (e ciò comporta il loro accaparramento da parte di chi detiene il monopolio del denaro), inoltre il sostegno artificioso delle industrie domestiche, infine il sistema fiscale discriminatorio nei confronti delle campagne33. Questa situazione, statica, oltre la rivolta del 1647-48, ha causato anche quella del 1722 che ha anch'essa perciò sia un aspetto antipadronale sia un aspetto anti-Tropea. Di essa ci fornisce - da un'angolazione padronale - un'ampia cronaca lo Scrugli, il quale tra l'altro scrive: <<Altro brutto danno, che Tropea ebbe a soffrire fu una ribellione di contadini dei suoi 24 villaggi... Nel 1722, a causa della ripartizione di un donativo di 300 mila ducati da dover essere pagati allora dal Regno, tumultuò contro Tropea il suo contado>>. Il gruppo dirigente tropeano non tenne conto che le disposizioni su questo donativo escludevano dal pagamento chi <<viveva dì per dì>>: di qui la ribellione che comincia da Spilinga, il 6 Agosto 1722 guidata da Orazio Falduti e si diffonde <<negli altri villagi del promontorio Vaticano... Per lo che l'incendio, in quel medesimo giorno, da abitato ad abitato, immantinente s'appiccò>>34. Anche se la rivolta coinvolge tutte le popolazioni povere dei casali e della città, come quella del 1647-48, fu facilmente repressa nel sangue. Solo alla fine del settecento si presenta nei casali un nucleo di borghesia agraria ed un artigianato che soddisfa appena le esigenze locali. E' assente la borghesia industriale e commerciale. La borghesia tropeana e quella foresteria esercitano un peso economico decisivo nei casali. Fa eccezione solo Drapia che ha una popolazione quasi interamente dedita all'artigianato e al commercio (ambulante). Parte della proprietà nobiliare ed ecclesiastica diventa proprietà di ex fittavoli trasformatisi in <<massari>> (di terra) e di artigiani che si trasformano in <<civili>>. I <<civili>> nella zona sono molto spesso parenti di ecclesiastici. Per tutta l'età moderna questi gruppi sociali e le loro attività non possono caratterizzare l'area dei casali e di Tropea stessa come area capitalistica: l'arretratezza, rispetto ad altre aree di recente crescita, è diffusa; si tratta di un'area che (a sforzo) possiamo definire pre-capitalistica e che tale rimarrà per tutto il corso del secolo XIX. La produzione agricola dei casali è costantemente dominata dal <<capitale>> dei commercianti che ne frenano, per continuare a dominare, lo sviluppo. Frequenti sono gli investimenti di capitali sotto la forma del cosidetto <<guadagno>> che è una forma tipica di investimento che commercianti, artigiani, professionisti e clero fanno acquistando semenze, animali da allevamento per poter partecipare al raccolto (semenze + interessi pattuiti) e al ricavo dalla vendita del bestiame nelle fiere35. Nella seconda metà del XVIII secolo è anche rilevante la presenza e il ruolo della borghesia intellettuale della zona. Essa presenta dal punto di vista politico, sociale, ed economico (vive legata alla rendita laica od ecclesiastica) aspetti contradditori, come in generale tutta la borghesia calabrese e meridionale.
Non possono essere trascurati nomi come quello di P. Galluppi di Tropea, di Antonio Jerocades di Parghelia, di Giuseppe Antonio Ruffa di Ricadi, maestro dello stesso Galluppi e nel decennio prefetto della biblioteca dell'Università di Napoli, di Andrea Mazzitelli di Parghelia, ecc. L'andamento demografico della città di Tropea e dei suoi casali per tutta l'età moderna segue in generale quello del Regno. Frequente è lo spostamento di abitanti dalle campagne verso la città. I motivi degli spostamenti dei contadini dalle campagne verso Tropea sono: la richiesta della città che richiama popolazioni contadine perchè di essi ha bisogno per la sua vita produttiva e i costanti fenomeni di espulsione di contadini dalle campagne. Se non si fossero verificate queste circostanze, una città come Tropea che non registra mai un saldo attivo della popolazione (natalità-mortalità) dal 1610 al 1800 si sarebbe svuotata di abitanti. Mentre sempre attivo è il saldo nei casali che tuttavia registrano un assai lieve (rispetto a Tropea) incremento demografico. Anche per la popolazione, così come per la produzione, Tropea manifesta nei secoli XVI-XIX il suo carattere parassitario. Circa la consistenza numerica della popolazione e le sue varie vicende abbiamo - salvo qualche periodo di vuoto - informazioni numerose provenienti da diverse fonti, alcune delle quali mai prima esplorate o prese in considerazione dagli storici della Calabria. Presentiamo una tabella della popolazione di Tropea e casali confrontata con la popolazione della Calabria e con quella del Regno di Napoli dalla quale emergono le affinità ma anche le caratteristiche della zona:
Tabella della popolazione di Tropea, della Calabria e del Regno di Napoli
Dai dati e dai documenti si ricava che dal 1505 al 1595 la popolazione di questa zona è in costante crescita, e così dimostra non solo la fortunata condizione climatica ma soprattutto quella economica, rilevata, per il Settecento, da P. Villani nel pregevole Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione36 e per il cinquecento rivelata da Camillo Porzio che considera Tropea un centro commerciale, artigiano e culturale tra i maggiori della Calabria e il suo contado, il più florido centro di produzione anche pregiata.
Da diverse fonti ricaviamo la tabella sulla popolazione della zona:
Si registra che a partire dal 1648 al 1720 anche Tropea risente della crisi generale. Quello che - con ricchezza di dati e capacità di leggerli - rileva A. Placanica per la Calabria dal 1505 al 1669, è ampiamente confermato per Tropea e i suoi casali:
Tropea perde dal 1595 al 1669 il 43% della popolazione37. La ripresa comincia con la nuova situazione politica del Regno a partire dal 1734 per non arrestarsi fino al 1849. E' da sottolineare che le campagne dalla seconda metà del Settecento registrano gli stessi indici di incremento demografico della città. Dall'esame dei Registri parrocchiali si rileva però che pur essendo sempre positivo il saldo naturale della popolazione dei casali e spesso negativo nella città di Tropea, la popolazione tropeana tuttavia cresce con un ritmo più accelerato. Lo sviluppo di questa popolazione è frequentemente interrotto da periodi di stagnazione; raramente di declino, salvo il periodo 1640-1720. Nella zona la natalità, per tutta l'età moderna, è molto elevata (oltre il 50%). Il lento sviluppo non è dovuto certamente ad una carenza di capacità riproduttiva; è dovuto invece all'altissimo livello della mortalità che a volte supera la frequenza annuale delle nascite. Alto è il rischio di morte a tutte le età della vita. L'alto livello di mortalità generale è però influenzato (specie a Tropea) dalla mortalità infantile. La lettura dei documenti ci mostra che il 25% dei nati moriva entro il primo anno di vita e un altro 30% non superava il quinto anno. La durata media della vita rimane sempre al di sotto dei trentanni. E' soltanto dopo il 1750 che si nota una costante eccedenza dei nati sui morti. E c'è una tendenza all'aumento della popolazione dei casali e alla stagnazione di quella di Tropea. Anche se faticosa l'elaborazione e il reperimento dei dati relativi al periodo 1600-1800, i libri parrocchiali rendono possibile determinare l'andamento delle nascite, delle morti, dei matrimoni, e stabilire altresì le medie e il regime demografico della zona per tutta l'età moderna. Certo si tratta di dati assolutamente provvisori sia perchè necessita uno studio più approfondito e metodologicamente corretto, sia perchè i dati stessi non sempre è stato possibile confrontarli con quelli di altre zone.
Tabella relativa alle varie fasce di età per il periodo 1641-1699 e l'età media della popolazione.
Si nota come la popolazione di tutta la zona è estremamente giovane, e sono ben pochi gli uomini-forza-lavoro. Dalla Numerazione del 1642, dagli Stati delle anime del 1672 e 1699 relativi a Ricadi si accerta, per es., che su 414 persone censite nel 1642 ne sopravvivono nel 1672 solo 73 (19,32%). Su 400 persone censite nel 1672 solo 98 sono ancora in vita dopo 28 anni (24,3%) cioè nel 1669. Si nota, per Ricadi, - ma anche per la zona intera - che le condizioni di vita migliorano dal 1670 al 1700 rispetto al periodo 1641-1670. Eppure, l'età media della popolazione è ancorata per i tre periodi del seicento ai 24/25 anni, mentre l'età delle coppie aumenta progressivamente:
E' facile notare che con la fine del Settecento - segno delle mutate condizioni della donna che svolge ormai un ruolo produttivo all'interno dell'azienda contadina ed in casa - la differenza di età tra i coniugi tende ad accorciarsi. Infatti a partire del secolo XIX nei registri di stato civile e negli stati delle anime per tutte le donne viene indicata un'attività produttiva (l'80% delle donne risultano - a Drapia, a Zaccanopoli, a Spilinga, a Joppolo - filatrici o tessitrici). Dai registri parrocchiali di Tropea, Ricadi, Santa Domenica, Spilinga, si rileva, per tutto il periodo, che la media dei vedovi che si risposano è notevolmente alta; quella delle vedove che vanno a nuove nozze è bassa tra le classi povere, mentre è rilevante per le vedove appartenenti a famiglie agiate. Elemento caratterizzante la zona è quello della elevata mortalità delle donne al parto o a causa del parto o di gravidanze mal portate. Eppure il numero delle vedove è sempre più alto di quello dei vedovi tra la popolazione della zona. Si ribadisce che molto alto è l'indice della mortalità infantile: ancora nel XVIII secolo riuscire a superare i primi anni di vita è un'impresa ardua. I nati che pervengono al matrimonio dopo circa venti anni dalla nascita sono assai pochi. I tassi di mortalità si presentano favorevoli quando sono al di sotto del 40 per mille. Negli altri periodi (specie nel Seicento) si equivalgono a quelli delle nascite. La situazione muta, positivamente, dopo il 1770:
E' vero che si abbassa il tasso delle nascite, ma cala notevolmente quello dei decessi. Differenziato lo sviluppo demografico della zona, mentre crescono alcuni casali (Tropea, Spilinga, Santa Domenica, Parghelia, Zaccanopoli) stagnano altri (Ricadi, Orsigliadi, Brivadi, Barbalaconi). La popolazione di Ricadi, per es., è statica per tutto il periodo 1600-1800. Non aumenta neanche dell'1% all'anno. Anzi presenta momenti di depressione demografica fino a perdere, tra il 1790 e il 1844, il 21,32% della popolazione, mentre tutta la zona nello stesso periodo registra un incremento di 7.197 abitanti, corrispondenti ad un aumento del 59,97%. La sola Spilinga dal 1790 al 1844 passa da 702 a 1.348 abitanti con un incremento del 192%. Carciadi da 220 a 428 abitanti e Zaccanopoli da 774 a 1.400 abitanti. Anche il comune di Ricadi (Ricadi, S. Domenica, Brivadi, ecc.) rimane statico: 2.289 abitanti nel 1790 e 2.270 nel 1844 (-0,83%). La staticità della popolazione di alcuni casali di Tropea (Ricadi, Drapia, Zambrone) significa che, dopo il 1790, - massimo di abitanti raggiunto - il tipo di economia agricola (coltivazioni di gelsi, vite, canape, cotone) non regge più. Si sviluppano invece i centri rurali in cui prevale la coltivazione estensiva di cereali (Spilinga) e il pascolo, dove la pastorizia raggiunge livelli elevatissini (Zaccanopoli).
Caria
Per tutto il periodo dal 1600 al 1900 sono in corso di elaborazione i dati relativi al tipo di famiglia esistente nella zona. Una cosa emerge chiara ed è quella delle nascite di illegittimi che rappresentano una quantità irrilevante nei casali, anche se registrate nei libri dei battesimi e taciute negli Stati delle anime, mentre a Tropea il fenomeno è altamente diffuso, anche se la tendenza è per la diminuizione nel secolo XVIII ed interessa sempre non solo le famiglie povere ma anche le famiglie nobili o ricche; anzi nel Seicento il fenomeno è frequente nelle famiglie nobili. Contradditorio lo sviluppo demografico. Altrettanto quello economico, nel quale si registrano fino alla prima metà del settecento le coltivazioni dei prodotti delle materie prime per le manifatture tessili che riescono a trovare un mercato aperto (non sono pochi i proprietari tropeani - nobili o borghesi - che gestiscono le terre, abitando in campagna per diversi periodi dell'anno, e provvedono alla 'notricatura del serico'). A partire dalla seconda metà del settecento le manifatture tessili della Calabria appaiono ridotte allo stremo. Di qui, nella zona, i mutamenti di coltura e il deprezzamento o abbandono di alcune aree, un tempo gelseti. La canapa, che resisterà fino alla seconda guerra mondiale, si consolida esclusivamente allo stato di manifattura familiare e serve alla formazione del corredo delle donne e per l'abbigliamento non contribuendo alla formazione di un reddito agricolo per il commercio; diviene pertanto come il mais e il germano un mezzo di sussitenza. La seta, per secoli fiorente attività della zona, registra, alla fine del secolo XVIII, una quasi totale scomparsa. I telai rimasti lavorano solo il poco greggio che il mercato calabrese, in crisi, richiede. La gelsicoltura di conseguenza non caratterizza più il paesaggio delle zone costiere. Anzi si affermano quei centri rurali dove sono più produttivi la coltivazione dei cereali e il pascolo: Spilinga e Zaccanopoli. Anche la poca coltivazione del tabacco (Brivadi) scompare quando vengono incentivate le coltivazioni pugliesi. Dal 1750, l'aumento in Italia dei prezzi dei prodotti agricoli fuori dei luoghi di produzione avrebbe dovuto far crescere economicamente e socialmente la zona38. Ciò non si verifica perchè i prezzi dei prodotti nelle campagne rimangono stabili o a volte diminuiscono. Se si tiene conto che la popolazione dei casali è prevalentemente contadina e il vitto è limitato ai cereali, si capisce quanto misere potessero essere le condizioni di vita. I contadini sono costretti a pagare in natura (con grani pregiati) o in denaro; però il prezzo dei grani è stabilito (alla voce) all'atto della mietitura, momento in cui debbono pagare i debiti contratti, restituire le sementi, pagare gli esosi canoni di colonia. Si realizza così il drenaggio di tutto quanto si produce nelle campagne verso il palazzo dei nobili e degli ecclesiastici di Tropea. Per quanto riguarda i vigneti, i gelseti, gli agrumeti (Ricadi, Drapia, Zambrone) e gli uliveti (Spilinga, Parghelia, Zaccanopoli) il contadino - colono delle terre - non ha diritto a partecipare alla ripartizione dei prodotti: questi infatti vanno interamente al proprietario del terreno. I pochi massari (di terra) - anche se legati ai capitali anticipati da mercanti di grano forestieri, da artigiani e da preti, e perciò con sorte vincolata al mercato cerealicolo - nella zona sono un elemento dinamico distinto dal resto della società rurale. E' dai massari che nasce il nucleo della borghesia degli avvocati, dei medici, dei farmacisti e dei preti (parenti) delle zone agricole che tanto peso negativo eserciterà - comportandosi 'more nobilium' - nella misera vita dei casali, costituendo in loco la mano pesante del potere dei vari dominatori (angioini, aragonesi, spagnoli, austriaci, borbonici, savoiardi)39. E' in Tropea che si spende la maggior parte del reddito che si produce nei casali e si concentrano i nobili, gli avvocati e i funzionari dell'amministrazione civile e militare e molti ecclesiastici40. Ma rispetto al resto della Calabria, la zona segna sempre positivi elementi di vita economica: <<la coltura del lino e della canapa fassi anche in seguito delle vecchie costumanze..., quella del cotone è ristretta in pochi paesi>>41. Tra questi paesi c'è Tropea con i suoi casali. Il cotone, la canapa e il lino sono parti rilevanti dell'economia della zona, come lo sono la pastorizia e l'attività marinara. Nella pastorizia Zaccanopoli, Spilinga e S. Giovanni di Zambrone hanno un posto di rilievo non solo nella zona ma anche in Calabria. Così D. Grimaldi: <<le celebri marzoline luccardesi ricavansi dal latte delle pecore; i formaggi di Zaccanopoli meritatamente nella provincia tanto apprezzati anche ricavansi dal latte delle pecore.../e/numerosi armenti di pecore, e di altro bestiame in ottimi pascoli generalmente nel territorio di Tropea>>42. Ma già nel 1642 la popolazione di Zaccanopoli e S. Giovanni di Zambrone si dedica quasi esclusivamente alla pastorizia, come risulta dalla Numerazione dei fuochi e così riassunta:
A Zaccanopoli tra massari di terra e pecore e pecorari c'è quasi il 40% della forza produttiva e a S. Giovanni di Zambrone oltre il 50%; tutto il resto è costituito da operatori legati all'agricoltura e qui alla pastorizia. Qui c'è <<la manifattura dei formaggi che sono naturalmente squisiti, coll'imitare le marzoline alla luccardese>> e si ha cura del <<bestiame grosso e minuto>>43. L'attività marinara è da sempre prospera nella zona. Vi è una grande tonnara a Parghelia e Tropea è porto di principale importanza sul Tirreno. Anche Ricadi, che alla fine del settecento non registra più marinari, nel 1642 presenta il 15,62% della popolazione attiva come <<marinari>>.
Quadro della popolazione del Comune di Ricadi nell'anno 1642
Ruolo primario in Calabria ha ancora Tropea nel 1755 quando erano <<obbligati i padroni di legni, che venissero dalla Sicilia di dare i veri, et reali riveli nel regio fondaco della Città di Tropea>>44. E' la fortuna della zona, nel campo marinaro, perdura fino all'età contemporanea perchè <<la mancanza di mediocri porti riduce tutto il commercio della Calabria a farsi con le feluche>>, essendo la Calabria <<priva di altri bastimenti>>45. Tropea infatti è il porto che ha la flottiglia di feluche più consistente della Calabria. Da questo porto parte la maggior quantità del <<commercio di esportazione della provincia, nello stato presente [1787], delle sete, dell'olio, del vino e del grano>>46, specialmente da quando (seconda metà del secolo XVII) entrano nel Mediterraneo le grandi navi del Nord dell'Europa e decadono le grandi marinerie meridionali e si rafforzano le piccole e le medie (Tropea, Scilla, Crotone). Una evidente ripresa si ha nell'ultimo quarto del sec. XVIII, quando è alta la richiesta di seta greggia, di lana e di cotone da parte della Francia. Continua la produzione della seta per il mercato anche nel secolo XIX, come emerge dalla lettera che si riporta e destinata all'arciprete Carlo Avemia di Brivadi:
Emerge altresì che il clero locale non è estraneo agli affari. Consistente nei casali, nei secoli XVII e XVIII è la produzione di olio: nel settore agiscono oltre 90 trappeti. La produzione e il commercio dell'olio è uno dei settori più importanti dell'economia della zona, come lo è per il Mezzogiorno48. Sulle colture praticate nel territorio durante l'età moderna bisogna sottolineare che, oltre alle colture di cui si è detto, persiste una capillare diffusione della vite. Il vino è fin dall'antichità bevanda ed alimento di larghissimo uso presso persone di tutti i ceti e di ogni età; e per la qualità, potendo essere trasportato, veniva prodotto anche per l'esportazione (si ricordi che a Tropea si approviggionano le flotte venete e tropeane in partenza per Lepanto). Ancora oggi il vino prodotto a Brattirò, a Zambrone e a Ciaramiti è di buona qualità e fornisce il mercato locale per buona parte dell'anno. Il consumo di vino è altresì elevato perchè le osterie, come la riva del mare, i mulini, i trappeti (le tecniche molitorie richiedono infatti una lunga permanenza del proprietario nei luoghi della lavorazione) sono i pochi, ma importanti, luoghi di aggregazione tra la gente. Altra fonte di sostentamento per gli abitanti della zona deriva dal bosco molto diffuso lungo le coste dei fiumi. Dallo stato delle anime di Drapia si rileva che 50 abitanti sono <<lignaioli>>, e molti sono i bambini che aiutano la famiglia raccogliendo legna. Alla campagna di Spilinga e Zaccanopoli spetta il primato della zona nella produzione dei cereali e, in particolare, del frumento. Si spiega così perchè i nobili Tropeani e tutti gli enti ecclesiastici possiedono terreni in questi casali, come risulta dal Catasto e dalle varie platee conservate presso la Curia Vescovile di Tropea49.
Zambrone: Capo Cozzo
Ma i privilegi del regime feudale nelle campagne e la sproporzione tra il peso economico della produzione agricola e la scarsa considerazione politica in cui le classi dominanti tengono contadini e artigiani riescono fastidiosi sia alle popolazioni subalterne dei casali sia a quelle di Tropea. C'è un mondo sempre pronto ad ogni suggestione rivoluzionaria. Eppure c'è sempre stata un'alleanza tra i proprietari terrieri (nobili e clero) e plebe della città di Tropea contro la lotta al sistema feudale nelle campagne condotto dai contadini dei casali. Il capovolgimento delle alleanze nella zona è raro, nella storia dell'età moderna. E' il caso della rivolta che parte da Parghelia nel 1648. I contadini di Parghelia e degli altri casali di Tropea, guidati da Drago, partecipano alla rivoluzione del 1648 contro <<l'emarginazione e il sottosviluppo>>50 caratterizzando la matrice contadina della rivolta. I contadini di Spilinga, Capo Vaticano, Parghelia e i popolani di Tropea sono tra i protagonisti di <<una guerra contadina, la più vasta e impetuosa che abbia conosciuto l'Europa occidentale nel seicento>>. Analogo vigore mostrano i contadini nel 1722 lottando come quelli del resto del Sud per il <<ridimensionamento del potere feudale e per un nuovo equilibrio sociale del regno>>51. In questa occasione la lotta si rivolge anche contro un altro avido nemico del contadino: il negoziante usuraio. <<E' lui che possiede gli scarsi capitali ivi [nelle campagne esistenti], e se ne serve per sfruttare il contadino fino all'osso. L'odio del contadino per il commerciante è perciò pienamente comprensibile>>52. Solo ai negozianti possono vendere i loro prodotti i contadini. <<Il meccanismo dello sfruttamento è noto: i contadini contraggono debiti che sono poi costretti a pagare in grano, al prezzo fissato, attraverso la 'voce', dai benestanti>>. In questa circostanza i contadini ribelli rivelano coscienza dei propri bisogni sociali e una profonda ostilità nei confronti dei nobili e della borghesia agraria concentrati in Tropea53. La lotta contro la borghesia agraria risulta dalla consapevolezza che questa è la classe che <<cerca di prendere il potere, senza però distruggere i feudatari, ma arrivando ad un compromesso con essi>>54. In tutte le occasioni rivoluzionarie (1648, 1722) e durante la rivoluzione del 1799, i contadini dei casali di Tropea rivelano una notevole capacità di collegarsi tra di loro e con nuclei, a volte, consistenti di tropeani - in particolare marinai, facchini, artigiani, ortolani - nella lotta per l'abbattimento del potere feudale. Così il Cingari, su quanto accade nella zona in relazione alla rivoluzione del 1799:
Sembra futile il motivo di questo tumulto, ma anticipa tumulti e ribellioni la cui motivazione è chiaramente sociale. Ancora G. Cingari:
Alla motivazione sociale ben presto si aggiunge quella politica. Così ancora Cingari:
Ed in questa circostanza che si delinea uno scontro di classe che caratterizza alcuni momenti del moto del '99 nella zona.
Solo l'intervento nei casali dei missionari, inviati dal Vescovo di Tropea, fa conoscere i motivi veri della rivolta e le condizioni di pace
Le idee della rivoluzione francese affascinano il popolo minuto e i contadini che vedono nell'esempio francese un mezzo per alleviare i loro mali e mutare le loro tristi condizioni di vita rese ancora più gravose in quegli anni dalla crisi economica e dal caro prezzo dei grani. Infatti l'incremento demografico di Tropea e casali, per la crisi, subisce, proprio tra il 1785 e il 1800, anche se lieve, un arresto, per riprendere poi a crescere come dal 1717 al 1785 e con lo stesso ritmo accelerato:
Popolazione di Tropea e casali dal 1595 al 1815
I tumulti e i moti del 1799 esprimono l'esplosione della miseria e della fame del popolo minuto tropeano e dei contadini dei casali. E' in questo quadro che si innestano le idee di rinnovamento e l'azione organizzata dei rivoluzionari. Il 1790-99 nel tropeano non ha carattere di episodicità; assume invece quello di culmine di esplosione violenta, di un vasto processo che affonda le sue radici nella storia politica, economica, sociale e culturale della zona (e del Mezzogiorno) della fine del secolo XVIII. Un discorso dovrebbe farsi - e perciò la necessità di rinvenire la documentazione - sulla non partecipazione calabrese alla rivoluzione napoletana, senza cioè limitarla al solo campo controrivoluzionario a fianco del cardinale Ruffo. E' chiaro che, come il popolo meridionale, quello dei casali di Tropea in questo periodo manca di idee chiare e di prospettive politiche, ma non per questo si deve credere che fosse contrario ad ogni novità o cieco strumento di conservazione. Le popolazioni, in genere, non sono aprioristicamente contrarie ai francesi ed al regime repubblicano; lo discutono non appena si accorgono che invece di un miglioramento il nuovo regime comporta un ulteriore abbassamento delle loro condizioni di vita. Il distacco delle masse popolari dalla causa repubblicana avviene per motivi prevalentemente economici e sociali e non politico-religiosi, come alcuni storici ancora intendono. Vale quanto scrive Lepre:
Infatti il ritorno del governo borbonico non riporta la tranquillità, e
non opposero resistenza alla nuova invasione francese, nel 1860. La lotta contadina riprende nella zona col brigantaggio come <<attacco in massa alla ricchezza privata..., posecuzione ed estensione anarchica della lotta contro la rendita>>58. Affiora dall'ottobre del 1808 la figura del brigadiere Andrea Orlando di Spilinga59. L'Orlando esprime, con la sua azione e i suoi collegamenti <<l'ostilità contadina verso i proprietari di terre e, in generale, verso i possidenti>>60. Questo capo-massa si lega all'attività di emissari borbonici e inglesi ed opera come guida calabrese agli ordini del generale inglese Sherbrook. Le guide sono reclutate quasi unicamente tra borbonici volontari calabresi e svolgono di solito il servizio di collegamento con i massari della costa calabra. Nelle Carte di Casa Reale, una lettera del colonnello Carbone del gennaio 1809 fa menzione dei capi-massa a cui sono destinati avvisi terroristici e copie della <<Gazzetta britannica>> da diffondere. Tra i capi-massa: Bizzarro , Orlando e Rauti. Essi avevano il compito, tra gli altri, di dare notizie delle masse e del paese, fornire informazioni sui movimenti delle truppe murattiane e consegnare le lettere e i giornali catturati dai briganti ai poveri procacci postali. L'Orlando è un brigante che fa politica. E' un'arma impugnata dagli anglo-borbonici contro Murat. I borboni infatti sperano per la riconquista dell'Italia meridionale nel ripetersi del miracolo del 1799. Gli inglesi, che sono impegnati ad ostacolare il commercio marittimo alimentano le masse brigantesche per impedire quello interno. Ma già nell'autunno del 1808 rimangono solamente poche centinaia di uomini: 40 della banda del Bizzarro e 60 comandati da Andrea Orlando, annidati sulle alture del Poro61. Ma i Francesi riescono ad identificare molti briganti che vengono catturati e imprigionati; nello stesso tempo promettono indulto completo a quelli che rientrassero nell'ordine, anche ai più macchiati di delitti, in base ad un'amministia generale promulgata dal nuovo re che concede quaranta giorni di tempo per la presentazione. In virtù della campagna antibrigantaggio la banda di Andrea Orlando si assottiglia e si scinde. Orlando informa, nel novembre del 1808, che molti dei suoi si presentano, <<giacchè il re Gioacchino aggrazia tutti>> e per questo <<dubita>> egli dei suoi compagni. Dal febbraio 1809, dopo un viaggio a Messina, l'Orlando dal brigantaggio politico a favore degli anglo-borbonici passa a quello più redditizio delle grassazioni.
Ciaramiti
E' certo perciò che l'Orlando non sia stato, nel maggio 1809, tra i franchi tiratori, massisti militarizzati, imbarcatisi a Milazzo per la spedizione di Calabria. Infatti è dall'estate di quell'anno che dovrebbe iniziare sia la lotta dell'Orlando al Bizzarro, autoproclamatosi capo delle masse delle due Calabrie e imperversante nel catanzarese e nel vibonese, sia il suo passaggio al servizio dei francesi. La certezza di questo passaggio è data dal fatto che nel Decreto dell'agosto 1809 del re Murat e nel foglio allegato, firmato dal generale Cavaignac, e datato Monteleone 10/8/1809, che elenca i capi-massa da catturare, non figura l'Orlando. Pertanto i francesi possono godere dell'appoggio di Andrea Orlando che, amministiato, si impegna con il grado di capitano nella cattura dei compagni di ieri, dei quali conosce i covi e le astuzie. In particolare si era proposto di <<prendere vivo o morto>> il Bizzarro, il più pericoloso tra i briganti antifrancesi, mentre insegue il Chiemi. Ancora oggi, la via Battisti di Spilinga viene chiamata via Capitano Orlando. Ma dei briganti della zona l'Orlando non è il solo; non può essere dimenticato Ferdinando Rombolà di Brattirò. Mentre l'opposizione ai francesi nel 1799 ebbe carattere di massa, non così è nel 1806. Accanto ai briganti resta solo il clero e la nobiltà. Sull'appoggio ricevuto dai Borboni dal clero locale significativa è l'annotazione, vera nota biografica, riscontrata nei libri della parrocchia di S. Pietro di Ricadi, redatta dall'arciprete, dal 1799 al 1834, Antonio Melidoni nel 1815, tornato dall'esilio, durato dal 1806 al 1815. Nel periodo precedente l'invasione questo arciprete è uno dei più accesi propagandisti contro i francesi: chiama i contadini <<in difesa della religione, della vita e dell'onore delle figlie, delle sorelle e delle mogli>>, non potendoli chiamare in difesa della loro 'roba'. La vittoria difinitiva dei francesi, nel 1806, lo costringe alla fuga:
Il parroco Melidoni non solo dei francesi aveva paura ma anche e soprattutto dei contadini che nel decennio avevano reagito alle sopraffazioni clericali e nobiliari tentando di liberarsene. Nella zona, però, ove sono fitte le trame di spionaggio e di brigantaggio, se vi sono ecclesiastici accesi di passione borbonica, come l'arciprete Melidoni, ve ne sono altrettanti francesizzanti: E non è un caso se durante il decennio il seminario di Tropea è uno dei pochi che rimane aperto.
NOTE
1 Il territorio di Tropea e Casali è di 9.801 ettari, così distribuiti:
Attorno a Tropea gravitano anche i seguenti territori:
Per un totale di 7.422 ettari i cui proprietari sono per la maggior parte nobili di Tropea. 2 PLACANICA A. Uomini,strutture, economia in Calabria nei secoli XVI-XVIII. I - Economia e Società, 1974. Fornisce una documentazione precisa dello sviluppo demografico della città di Catanzaro nell'età moderna. Questo studio è uno degli esempi più severi di metodologia della ricerca storica. Per me ha costituito una spinta a tentare di mettere ordine al materiale che possiedo per la città di Tropea e i suoi Casali. 3 Cfr. PORZIO CAMILLO, La Congiura dei baroni del Regno di Napoli contro il re Ferdinando primo e gli altri scritti, a cura di E. PONTIERI, 1964. Cfr. SERGIO FRANCESCO, Cronologica collectanea de civitate Tropea eiusque territorio - manoscritto del 1720. Cfr. Nuova collezione dalle Prammatiche del Regno di Napoli, temi II e IV - a cura di GIUSTINIANI, 1803-1804. Tropea è dogana o fondaco ove si riscuotono i diritti sul movimento delle merci. Nel 1422, il vicerè aragonese, Giovanni IXAR, istituì a Tropea il quartier generale per la conquista della regione. 4 CANDELORO G., Storia dell'Italia moderna, vol. I, 1956, pp. 137-138. 5 AA.VV., Ulisse, Editori riuniti, 1977, vol. III, p.38. 6 LUZZATO G., L'economia italiana dal 1861 al 1894, Einaudi, pp. 15 ss.. Per il periodo che va dal 1500 al 1861 Tropea ha pressocchè lo stesso numero di abitanti di città come Pisa, Siena, Parma, Modena, che sono capitali o capoluoghi di provincia, e presenta le stesse caratteristiche specie nel rapporto con la campagna. 7 Cfr. SCRUGLI N., Notizie archeologiche e storiche di Portercole e Tropea, 1891. 8 VALENTE G., Calabria, Calabresi e Turcheschi nei secoli della pirateria, Chiaravalle, 1973. 9 Ibidem, p. 138. 10 Ibidem, pp. 192-195. 11 Cfr. PONTIERI E. in PORZIO C., cit., p. XXXI. Impropriamente il <<medico-fisico>> G. CESARE COMERCIO viene dal Pontieri e dal Valente indicato come medico non tropeano. Il nucleo familiare di G. Cesare Comercio risulta nei libri parrocchiali di Tropea ove è registrato, tra l'altro, il suo matrimonio con Laura Boyano (Vianeo), figlia di Pietro, uno dei famosi chirurghi, nel 1603, atto n. 6. 12 VALENTE G., Le torri costiere della Calabria, 1960 e op. cit.. 13 Cfr. RUSSO P., Comunicazione al VI Congresso Storico Calabrese. 14 Cfr. Relazione dell'architetto Fontana. A.S.N.. 15 GALASSO G., Economia e società nella Calabria del cinquecento. Vi sono diversi elenchi delle famiglie nobili ed onorate per i diversi periodi, che non riporto per non alimentare la vanità di alcuni, o per non far perdere la nobiltà ad alcuni <<onorati>>. 16 A questo proposito eloquenti sono i dati ricavabili dalle Numerazioni di Tropea e Casali del 1641-42, in A.S.N. sommaria, ff. 174, 175, 122, 123. Questi documenti non solo permettono, studiandoli, la ricostruzione demografica della zona, ma ci possono dare un preciso quadro della società, specie quella rurale. 17 Un dato è però certo: molti sono gli schiavi in Tunisia che erano marinai di Tropea e di Parghelia, segno che questi paesi avevano una flottiglia molto presente nel Mediterraneo. (Cfr. Documenti del consolato di Francia a Tunisi in RIGGIO A., Schiavi calabresi in Tunisia. 18 A.S.N., Matricola dell'arte della seta. 19 Cfr. SCRUGLI N., op. cit.. VILLARI R., La rivolta antispagnola, 1970. CANDELORO, op. cit.. 20 CANDELORO G., op. cit, vol. I, p. 62. 21 Partendo dai registri parrocchiali, reperibili, di Tropea e Casali, sto ricostruendo, in uno studio specifico, il fenomeno migratorio nella zona, relativo al periodo 1600-1971. Cfr. VILLARI R., Mezzogiorno e contadini nell'età moderna, 1977. 22 Catasto onciario del 1743 per Tropea e Casali, in Archivio Comunale di Tropea. 23 Cfr. Archivio Vescovile di Tropea, Platee delle parrocchie e della Mensa Vescovile, documenti interessantissimi sui patrimoni degli Enti diocesani. 24 A.S.N., Sommaria, Numerazioni, cit. 25 Dalle numerazioni si riscontra un elevato numero di benestanti tropeani che nel corso del sec. XVII ormai vivono stabilmente nei Casali e nelle stesse campagne dei Casali. 26 Sull'azione negativa delle soldatesche stompiali cfr. GALASSO G., op. cit.. I danni delle soldatesche costituiscono spesso motivo di malcontento e ribellione per il nucleo contadino. 27 Cfr. Comunicazione di P. RUSSO al VI congresso storico calabrese. 28 Numerazioni, cit.. 29 SECCHIA P., Capitalismo e classe operaia nel centro laniero d'Italia, Ed. Riuniti, 1960. 30 ENGELS F., La condizione della classe operaia nel centro laniero d'Italia, Ed. Riuniti, 1955, p. 31. 31 Cfr. Stato delle Anime del parroco Francesco Mazzitelli del 1803 - fotocopia a cura di DI BELLA S., Università di Messina, 1974. 32 Numerazioni, cit.. Analoga la situazione di Fitili. Cfr. VILLARI R., Mezzogiorno e contadini..., cit., p. 6: <<accentuata era, inoltre, l'instabilità delle popolazioni agricole. Anzitutto, il carattere estremamente saltuario del lavoro braccianile costringeva i lavoratori a giornata ad accorrere in quelle zone in cui poteva essere assicurato l'impiego delle loro braccia per un lungo periodo di tempo ed era perciò causa di grandi spostamenti stagionali>>. 33 Nuova collezione delle Prammatiche, cit.. 34 SCRUGLI N., op. cit., p. 98-99. 35 Cfr. GIORGETTI G., Contadini e proprietari nell'Italia moderna, 1974, punto di riferimento per ogni seria ricerca storica sui rapporti di produzione e sui contratti agrari dal sec. XVI ad oggi. Cfr. VILLARI R., Mezzogiorno e contadini, cit.. 36 VILLARI P., Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, 1962, pp.35-38. 37 PLACANICA A., op. cit., p. 28, e pp. 51-81. La popolazione della zona segue lo stesso indirizzo europeo: <<L'aumento demografico che aveva caratterizzato il '500 s'interruppe negli ultimi anni del secolo in quasi tutta l'Europa, ad esso subentrò un periodo di stagnazione, se non di regresso, che durò fino alla metà del '700>> (REINARD e ALTRI: Storia della organizzazione mondiale, 1971, p. 207). 38 VIVANTI C., in I prezzi in Europa dal XIII sec. ad oggi, 1967, p. 41-299. 39 Retorica e realtà, opuscolo a cura del PCI di Tropea per le elezioni amministrative del 1972, redatto da De Luca A., Di Bella S., D'Agostino. 40 Secondo il VIVENZIO, prima del terremoto del 1783 nella bella città di Tropea vi erano 3.977 abitanti, 7 conventi con 84 monaci (Domenicani 2, Cappuccini 12, Agostiniani scalzi 9, Carmelitani 6, Conventuali 10, Riformati 36, Paolini 9) e due monasteri con 39 monache (Monastero della Pietà 14 e Monastero di S. Chiara 25). 41 GRIMALDI D., Saggio di economia campestre per la Calabria Ultra, in Calabria nel '700 a cura di LUCIANO D., p. 14. 42 Ibidem, p. 122. 43 Ibidem, p. 32. 44 Prammatica VI del 31.9.1755 in GIUSTINIANI, op. cit., vol. IV, p. 16. 45 GRIMALDI E., op. cit., p.17. 46 Ibidem, p. 153. Non si hanno elementi per stabilire l'entità delle merci che partiranno dall'approdo di S. Maria di Ricadi. E' certo però che esso costituiva un anello importante di congiungimento tra la vasta campagna del Poro, attraverso carri (vaticali e mulattieri), con il porto di Tropea, che continua ad essere uno dei più importanti del Tirreno calabrese. La frequenza del cognome Fiamigno (o Fiammingo) a Spilinga è segno di una presenza commerciale olandese tra il 600 e il 700 nel territorio di Spilinga-Capo Vaticano. 47 Lettera in mio possesso. 48 Descizione della città di Tropea, 1610. Cfr. anche LEPRE A., Contadini, borghesi e operai nel tramonto del feudalesimo napoletano, 1963, p. 243. 49 Archivio Vescovile di Tropea, Platea, cit.. 50 DI BELLA S., Militari e rivoluzionari nell'Ancien Regime, in Economia e storia (Sicilia-Calabria XV-XIX sec.) pp. 184. 51 VILLARI R., La rivolta antispagnola, cit., p. 241. 52 LEPRE A., Contadini... cit., p. 253. 53 Ibidem, p. 281. 54 Ibidem, p. 13. 55 CINGARI G., Giacobini e Sanfedisti in Calabria, 1954, pp. 293-294. 56 LEPRE A., Storia del Mezzogiorno nel Risorgimento, Ed. Riuniti, 1974. 57 Ibidem, p. 95. 58 VILLARI R., Mezzogiorno..., cit.. 59 VALENTE ANGELA, G. Murat e l'Italia meridionale, 1976, pp. 114-155. 60 LEPRE A., Storia del Mezzogiorno, cit.. 61 Carte di Casa Reale, Fasci 1308, 1309, 2252 - presso A.S.N. Cfr. VALENTE A., op. cit., p. 77: <<L'opposizione anglo-borbonica che partiva dalla Sicilia... fu essa a proteggere e finanziare il brigantaggio.>> 62 Libri della parrochia di S. Pietro in Ricadi.